Contro la scuola autoritaria e capitalista…per una scuola Libertaria e Autogestita

 

CONTRO LA SCUOLA AUTORITARIA E CAPITALISTA

L’esistenza di ogni istituzione autoritaria, atta a difendere un sistema economico e sociale come quello capitalista, non può prescindere dallo sfruttamento di tutti i mezzi repressivi. Il potere è da sempre consapevole che far presidiare le città da “uomini” armati non basta a garantire l’assoggettamento dell’intera popolazione alle logiche del potere stesso: è qui che entra in gioco l’”educazione”. Attraverso l’educazione scolastica il potere si assicura contemporaneamente, da una parte la produzione di studenti/merce da inserire nel mercato del lavoro, e dall’altro, attraverso la repressione dei fondamentali desideri ed istinti umani, e la più o meno subdola iniziazione al culto del sacrificio e all’ideologia capitalista/meritocratica in generale, una totale obbedienza di massa verso il proprio sistema politico ed economico. La scuola, che dovrebbe essere luogo libero di condivisione e trasmissione di sapere e di arricchimento culturale collettivo, finisce così per diventare molto simile ad uno squallido “supermercato di nozioni”, spesso inutili, per una finale “raccolta dei punti”. Al desiderio di sapere, creare e sperimentare dello studente si sostituisce la costrizione, il ricatto e la “corsa al voto”. Da processo collettivo a competizione individuale, da piacere disinteressato a mezzo/merce per potersi vendere al miglior prezzo sul mercato del lavoro (per i “bravi” un felice futuro da consumatori benestanti, e per i “cattivi” un futuro di disoccupazione e precarietà), da luogo di creazione ed evoluzione a gabbia per fantasia, creatività e idee: così l’autorità ha trasformato la scuola. “la più sicura della prigioni è quella in cui sono murati i desideri” Raoul Vaneigen

PER UNA SCUOLA LIBERTARIA E AUTOGESTITA 

Nell’arco della storia moderna e non molti sono stati i tentativi di sperimentare un modello di scuola differente, basata sulla libertà e la partecipazione dello studente. E’ da queste felici esperienze, come quella di Summerhill di A. Neil, che vogliamo ripartire per
iniziare a pensare e a costruire una nuova scuola: libera, antiautoritaria e autogestita.
FREQUENZA E LEZIONI LIBERE
La conoscenza è un piacere, la sua sete un naturale istinto. Eppure anche il più immenso dei piaceri, se “adattato” a squallide logiche e, soprattutto, trasformato in costrizione e
dovere, finirà sempre per essere odiato. Una scuola libera è quella che consente allo studente di decidere come, cosa e quando studiare a seconda dei suoi interessi, delle sue capacità e dei suoi ritmi; una scuola che abbandona l’idea di studente “prigioniero” dietro uno scomodo banco, oggetto passivo così costretto a subire la lezione invece che desiderarla e parteciparvi. Riscopriremmo così una gioventù assetata di sapere e conoscenza, e dimenticheremmo gli apatici studenti attuali, ora distrutti dalla
noia di una lezione, ora “interessati” per la futura caccia al voto.
ASSENZA DI GIUDIZI E VALUTAZIONI
Libero è solo lo studente che non viene giudicato, come odioso diviene tutto ciò che si pretende con il ricatto. La scuola che vogliamo è un luogo di libera formazione e creazione, e non mezzo di selezione sociale. Un esperienza collettiva e sociale, e non un sistema asservito alle logiche meritocratiche, che loda i “bravi” e punisce i “cattivi”. Una scuola libera non giudica i propri studenti, ma gli mette semplicemente a disposizione tutti i mezzi per formali, affinché lo studio sia un’opportunità da sfruttare e non un ostacolo da superare.
AUTOGESTIONE ASSEMBLEARE E DEMOCRAZIA DIRETTA
Quella che vogliamo è una scuola da vivere e non da subire. Essendo i soggetti che realmente partecipano e costituiscono la vita scolastica, ogni decisione interna dovrebbe essere presa da tutti gli studenti e i professori, riuniti in libera assemblea secondo i principi di democrazia diretta, liberi dalle gabbie della delega e dell’autorità. Con parità di valore ad ogni voto, e il raggiungimento della maggioranza. Questo è la scuola per cui noi lottiamo, con la consapevolezza che essa è possibile solo parallelamente ad un radicale
cambiamento della società in senso anticapitalista ed antiautoritario. Fin quando la nostra società sarà governata dalla dittatura del denaro, e dalle logiche autoritarie e repressive, nessun cambiamento realmente radicale sarà possibile nelle nostre scuole. La lotta degli studenti è stessa la lotta di tutti quegli uomini e donne che subiscono un sistema economico e sociale che trasforma loro da uomini liberi in schiavi, da creatori in lavoratori, da vivi in apatici, allo scopo di salvaguardare i privilegi di pochi.
Per una nuova scuola e una nuova società, con ogni mezzo necessario!
Diventiamo padroni del nostro futuro, autogestione generalizzata!

tratto da http://archive.is/9SzZJ#selection-89.0-253.15

La Danza dei Pianeti

Durante un’ improvvisazione può accadere di tutto, attimi irripetibili e incastri non previsti. Ogni momento e ogni danza è speciale proprio perchè si trasforma rapidamente e si  dissolve senza che tu possa rifarla uguale.   Oggi, per caso, una sfera rosa è stata ispiratrice di vari giochi e contorsioni fino a che è stata messa al centro dello spazio da una bambina, ed un’altra ha proposto  di metterci ai quattro angoli attorno. Una musica indiana ci  ha suggerito dei movimenti rallentati e sospesi con cui, senza dircelo, ci siamo avvicinati alla sfera.   Così abbiamo iniziato a fantasticare, vedendo nella sfera il sole e sentendoci dei pianeti. Mentre continuavamo a danzare ognuno ha dato un nome al proprio pianeta e ci siamo rotolati lentamente avvicinati, sui noi stessi e al pavimento, incontrandoci e poi separandoci,lentamente.       Un attimo magico, grazie bambine e bambini..

 Giorgia

Incontro con Giulio Spiazzi della Piccola Scuola Kether

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Sabato 8 febbraio, presso la comune libertaria URUPIA a Francavilla F.,la scuola  LIBER’ARIA , insieme ad altre realtà autogestite del territorio come l’asilosapevo e a tanti altri amici e sostenitori,ha incontrato Giulio Spiazzi, che è stato l’accompagnatore dei bambini e bambine della scuola Kiskanu di Verona per diversi anni, e adesso, insieme ad altri due accompagnatori, ha fondato la piccola scuola Kether, libertaria e autogestita, che, appunto, vuole rimanere “piccola” e non superare il numero di 20 bambini.  Attualmente i bambini e ragazzi sono 14 e vanno dal primo corso all’ottavo, quindi dai 6 ai 14 anni circa;  tutti lavorano insieme senza divisione in classi, con la spontanea creazione di gruppi di interesse diversi, se necessario. Alti accompagnatori “di materia” propongono poi attività e laboratori specifici, dalla lingua persiana al tiro con l’arco,dal Walof alla falegnameria.

La scuola è ospitata da una struttura in affitto,in collina vicino al bosco, in cui i ragazzi autogestiscono l’organizzazione del luogo e dei contenuti; utilizzando lo strumento del consenso in assemblea, nascono attività pratiche di ogni genere, al chiuso come all ‘aperto e si consolidano interessi anche teorici, per portare a compimento dei percorsi che saranno oggetto di discussione all’esame di fine anno che hanno scelto di affrontare.

L’unico esame obbligatorio per legge in Italia è quello di fine ciclo, ovvero di terza media, ma l’unanimità di ragazzi ha scelto fino ad ora di presentarsi agli esami alla fine di ogni anno, sempre con buoni risultati.

Il clima di collaborazione e sostegno, sia negli aspetti concreti che in aspetti più emozionali e profondi, permette al gruppo classe di divenire una “comunità” che condivide ogni decisione, per  cui nessuno è obbligato a fare nulla e nessuno subisce la volontà altrui o calata dall’alto.

Il ruolo degli “adulti”, in modo particolare degli accompagnatori,  è quello di seguire e aiutare, a volte di proporre ma più spesso di accompagnare i ragazzi nelle loro proposte e interessi, che nascono dalle peculiari curiosità di ciascuno di loro. Il non intervento e la non ingerenza da parte dell’adulto , lascia il bambino libero di essere, di scegliere e capirne il perchè, di divenire autonomo.

Le famiglie sostengono il gruppo sia nelle spese sia nella gestione generale, anche se le decisioni oganizzative vengono prese nell’assemblea tra accompagnatori e bambini/ragazzi, cioè da coloro che quotidianamente vivono nella scuola il maggior numero di ore.

Quello che colpisce nelle parole di Giulio, a nostro avviso, è il grande valore che si attribuisce alla parola del bambino, alla sua estrema sensibilità, alle sue esigenze  profonde; colpisce il  peso che ha la sua opinione riguardo le scelte da compiere, la maniera esperienziale in cui  viene vissuto e affrontato ogni evento ,dalla nascita alla morte;   colpisce l’importanza che si da alla loro capacità di risolvere i problemi e i conflitti in maniera autonoma, alla loro maniera di sentire e vedere il mondo e percepire le emozioni, alla loro fantasia e inventiva. Tutto questo noi “adulti” lo andiamo perdendo e quindi non sempre comprendiamo le cose come loro le stanno comprendendo e non sempre risolviamo i problemi come loro li risolverebbero.  Giorgia

Nè scuola privata, nè ludoteca…

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Liber’Aria è un progetto di scuola AUTOGESTITA.

L’autogestione presuppone la piena responsabilità da parte di tutti e tutte  nei processi decisionali e la condivisione delle attività di autofinanziamento, delle spese e della cura del luogo.

 

NESSUNO GUaDAGNA IN TERMINI DI DENARO DALLE ATTIVITA’ DELLA SCUOLA ed eventuali proventi sono a fondo cassa. Prevediamo rimborsi spese per coloro che dedicano un maggior numero di ore alle attività della scuola,  sempre previa discussione e approvazione all’unanimità dell’assemblea.

 

Non siamo una scuola privata, con un corpo docente retribuito e un gruppo genitori che finanzia.

Non siamo una ludoteca che tra profitto dall’organizzazione di eventi, laboratori e seminari.

 

Siamo una scuola autogestita, e basiamo la nostra esistenza sul mutualismo.

 

Tutti i contributi richiesti sono liberi, chi può paga chi non può,  può usufruire delle attività della scuola gratuitamente, contribuendo qualora ve ne fosse la disponibilità in maniera differente.

 

“Da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni” 

Descolarizzare il mondo – a cura di Libreria Autogestita EX-CUEM

 

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Incontro con GUSTAVO ESTEVA

Grazie dell’invito per una discussione che è sempre pericolosa.

Circa cinquanta anni fa la mia prima figlia è giunta all’età di andare a scuola e visto che non ho trovato nessuna scuola pubblica o privata dove poter iscrivere la mia adorata figlia, ho inventato una scuola con un gruppo di amici; fu un buon cocktail, un po’ di Montessori, Freinet, Steiner. Era una scuola molto democratica dove i bambini a partire da cinque anni prendevano decisioni insieme su cosa imparare a scuola. Non c’erano aule, e i maestri cercavano sempre di esplorare cosa volevano fare i bambini; aggiungevamo alla scuola un anno alla volta affinché mia figlia potesse concludere e quindici anni dopo, quando ha finito le superiori, l’hanno chiusa. Tanto mia figlia come i suoi genitori sapevano che il problema non era la qualità della scuola ma la scuola stessa.

La nostra era veramente una bella scuola, e non accetterebbe le critiche di Freire, ma c’era qualcosa di negativo nell’istituzione stessa.

Con questo voglio dire che sono quarant’anni che sto lottando contro la scuola, e ho imparato a zittirmi perché la scuola e l’educazione sono una “vacca sacra”, se qualcuno osa attaccare la scuola e soprattutto l’università pubblica viene considerato un eretico che merita di essere impiccato. Ho messo insieme molti argomenti per sostenere le mie critiche, a seconda del pubblico, per esempio le “tesi su Feuerbach” di Marx su chi educa gli educatori. Gli educatori ci hanno insegnato che l’educazione è vecchia come le montagne, invece l’educazione è moderna, è nata con il capitalismo, con lo stesso tipo di proposito. Il primo documento che parla di educazione in senso moderno è un documento in francese, ed è del 1498, in inglese è del 1512, in spagnolo nel 1632. Il grande Lope de Vega ha scritto un’opera molto comica che gioca con il nuovo senso che si dà alla parola educazione. Fino al secolo XVII in spagnolo educare significava allattare, qualcosa che ovviamente fanno le donne. Vega nell’opera teatrale scherza sull’idea degli uomini che allattano. C’è un nuovo senso della parola educazione che corrisponde ad una nuova condizione che è qualcosa di simile al peccato originale; secondo questa convinzione la gente nasce stupida e l’unica maniera per togliergli la stupidità è educarli. La persona che ha inventato il vero sistema scolastico, Giovanni Amos Comenio, un alchimista, ha portato il linguaggio dell’alchimia nella scuola; l’alchimista trasforma gli elementi in diversi gradi di sublimazione per convertire la materia in oro. Comenio disegnò un sistema per trasformare quella materia stupida che sono i bambini, attraverso sette gradi di sublimazioni successive (sette anni), producendo un nuovo essere umano che può circolare nella società moderna. Ci sono molti buoni argomenti contro l’educazione. Trenta anni fa ho organizzato una campagna pubblica che chiedeva una legislazione che prevedesse una carcerazione di dieci anni per chiunque esibisse un titolo, cinque anni per qualsiasi diploma, e dieci anni anche a chi richiedesse come requisito questo titolo. Non avevo ovviamente speranze che questa legislazione fosse approvata, ma l’intenzione era quella di sollevare un dibattito pubblico; mi dissero “se accettiamo la tua stupida legge il 99% degli studenti lasceranno la scuola” e questo era quello che io volevo sentire.

In Messico la gente sapeva che si andava a scuola per ottenere un titolo, e se si fosse detto “andando a scuola non si ottiene nessun titolo” nessuno ci sarebbe andato, perché la gente sa che nella scuola non si impara veramente qualcosa che ci interessa, per questo ci sono molti posti migliori della scuola. Inoltre la gente sa che nessun diploma certifica una competenza specifica; un diploma ottenuto ad Harvard non vuol dire automaticamente che si è un buon avvocato; quello che certifica ogni diploma è un quantitativo di “ore e culo”, quindi dimostra solo che questa persona è stata quindicimila ore ad ascoltare qualcuno.

Nessuno di questi argomenti serve contro l’educazione. Ivan Illich diventò famoso nel 1971 quando pubblicò “Descolarizzare la società”; Illich chiarì che quel titolo non era suo ma che l’aveva deciso l’editore, quello che stava proponendo era un’altra cosa ed in primo luogo dimostrò con la sua analisi che la scuola come tutte le altre istituzioni moderne produce tutto il contrario di quello che vorrebbe produrre e questa è la categoria di contro-produttività. Molte cose che erano uno scandalo quaranta anni fa ora sono a conoscenza di tutti; Illich pensava che in quegli anni potesse aver luogo una rivoluzione culturale, e pensava che sarebbe stato possibile che la gente prendesse il controllo delle loro vite e cambiasse tutto, la gente aveva l’impressione che lo si potesse fare . C’era un lemma in quegli anni, “la lotta nel mondo doveva essere un assalto al cielo”, andiamo a cambiarlo tutto, si criticava la famiglia, l’amore, il sesso, le istituzioni, tutto, e c’erano molte idee su come farlo, però abbiamo perso e ci hanno sconfitti.

Anni dopo Illich diceva “tutti quei grandi cambiamenti che mi aspettavo negli anni ’70 non ci sono stati perché la gente ha iniziato a utilizzare queste istituzioni per i propri propositi e ha iniziato a smantellarli a poco a poco”.

Ora vi vorrei parlare un po’ della mia relazione complicata con Ivan Illich: all’inizio degli anni ’70 Illich aveva fondato questo centro dove arrivavano pensatori da tutto il mondo, però per noi della sinistra marxista era solo un reazionario e quindi non valeva nemmeno la pena leggere le sue opere. Noi marxisti dicevamo che era chiaro che lui stesse scrivendo della scuola, della sanità e del sistema brutale del capitalismo ma non pensavamo che le sue opere potessero essere importanti per la creazione della società socialista, e quindi non le ho lette. Nel 1983 quasi per caso mi hanno invitato ad un seminario e lui era lì e sono rimasto totalmente affascinato da quello che disse, quindi quella notte stessa ho iniziato a cercare e leggere tutto ciò che potevo trovare di lui. Dopo poco siamo diventati amici e quello che mi stava succedendo in quel momento fu questo: ero molto contento del lavoro nelle comunità rurali e nei quartieri ma non avevo capito niente di quello che succedeva: allora mi dicevo, devo studiare più economia, più antropologia, più scienze politiche, e più studiavo e meno capivo; un giorno ho deciso di togliermi gli occhiali che avevo e di cercare di vedere con i miei occhi quello che mi capitava e succedeva. Ero abbastanza confuso.

Quando ho letto Illich per la prima volta mi sono reso subito conto che le categorie principali che lui usava erano lo stesse che usava la gente che io sentivo nelle comunità e nei quartieri popolari, parole come convivialità e vernacolo erano parole che avevo sentito molto spesso. A partire da lì, quando iniziai a parlare con la gente del pensiero di Illich, le risposte che ottenevo erano “ah ah”,il chiaro effetto di chi conosce quelle cose ma che non è in grado di articolarle. Illich era un profeta, ciò non vuol dire che fosse capace di leggere il futuro in una sfera di cristallo,ma che era in grado di leggere nel profondo il presente e quindi riusciva ad anticipare le tendenze.

Per esempio descrive chiaramente qualcosa di simile ad internet dieci anni prima che fosse inventato, perché sapeva che era in quella direzione che si stava andando.

Illich ha visto la decadenza di tutte le istituzioni moderne prima di qualsiasi altra persona.

Nella ultima parte della sua vita è entrato in un’angoscia crescente perché diceva che non siamo più nell’era degli strumenti. Il problema non è più se i nostri strumenti non compiano i nostri propositi ma il contrario, cioè siamo entrati nell’era dei sistemi, in cui i sistemi ci stanno convertendo in loro subsistemi, al servizio dei sistemi. Nel momento attuale stiamo vivendo il collasso di tutte le istituzioni includendo anche quelle del sapere, quindi vediamo chiaramente il collasso del capitalismo. Non siamo più in una società capitalista, ma quello che c’è al posto del capitalismo è molto peggio del capitalismo stesso. Si è creato un sistema di accumulazione per spossessamento e spoliazione, dove non regge più la legge del lavoro e del lavoro astratto, come diceva Marx, ma il sistema si regge sul saccheggio e l’abuso, e questo è solamente possibile attraverso l’uso della violenza. Per noi quindi è diventato sempre più urgente, per fermare l’orrore, la creazione di alternative, la creazione di possibilità differenti di altre società. Per la resistenza attuale non basta dire no, mentre diciamo no, dobbiamo allo stesso tempo affermare noi stessi in un nuovo sì, radicalmente nuovo. Dobbiamo capire bene che l’animo delle grandi masse dei lavoratori è conservatore. Ci stanno dando il messaggio molto ambiguo che c’è qualcosa di peggio che essere sfruttati ovvero non essere non sfruttati: ridatemi le mie catene, voglio il mio impiego, voglio le mie condizioni di lavoro. Non che siano reazionari, ma non possono sopravvivere se gli viene tolto ciò che gli garantisce la sopravvivenza: non avranno il loro impiego di nuovo e le loro condizioni. Quindi quello che è urgente è cercare di creare delle alternative e credo che la parte positiva, quella che milioni di persone del mondo si stanno già dedicando a costruire, è un nuovo tipo di rivoluzione, che si fa nella sfera della vita quotidiana, nelle forme dell’ imparare, del mangiare, del curarsi, dell’abitare. Unitierra fa parte di questa insurrezione mondiale: nacque da un contesto prettamente indigeno, quando gli indigeni di Oaxaca avevano dichiarato pubblicamente che la scuola era stata uno degli strumenti principali dello Stato per distruggerli; questo significava recuperare una verità storica.

In Messico, come in tutti i paesi, la scuola si è creata per togliere agli indigeni l’essere indigeno. Molte comunità hanno abbandonato la scuola e hanno mandato via i professori,creando uno scandalo, perché i giornali scrivevano che questi barbari condannano i loro bambini all’ignoranza. Però in realtà succedeva il contrario. Un buon antropologo ha voluto quindi dimostrare ai genitori quale era il danno che gli insegnanti provocavano ai bambini: in questa esperienza si mettevano alla prova i bambini che andavano a scuola con quelli che non ci andavano, e con sorpresa dei genitori i bambini che non andavano a scuola erano molto meglio di quelli che ci andavano, nel leggere,nello scrivere,nell’ aritmetica,nella geografia, con un’unica eccezione: quelli che andavano a scuola sapevano cantare l’inno nazionale.

Ma queste stesse comunità, che avevano abbandonato le scuole, avevano condiviso una stessa preoccupazione:i bambini e i ragazzi stanno imparando molte cose nella comunità, però cosa succede quando qualcuno vuole imparare qualcosa che non si può apprendere nella comunità? Se non hanno un pezzo di carta non possono continuare gli studi, così insieme a loro e per loro abbiamo inventato l’università della terra. Il nome dell’università è stato scelto con un dirigente zapoteco indigeno e lì abbiamo iniziato ad applicare un principio molto semplice dalle nostre esperienze precedenti, ovvero che la migliore maniera di apprendere e iniziare a fare quello che si vuole fare non è nelle aule con dei buoni libri di testo né con gli insegnanti, ma è fare ciò che ciascuno vuole fare. Se qualcuno ci chiede qual è il nostro modo pedagogico, noi rispondiamo che è un modello bebè, ognuno di noi da piccolo ha imparato cose così difficili come camminare, pensare, parlare, senza nessun professore; la mamma può accompagnare il bambino perché non cada ma non gli dice ora muovi un piede ora muovi un altro, si tratta di apprendere nell’azione, apprendere facendo; se una giovane indigena vuole essere avvocato agrario, il giorno seguente è già a fianco di un avvocato agrario, apprende ad essere avvocato facendo l’avvocato, quindi nella sua esperienza di diciotto mesi può già farlo, partecipare alle cause e vincerle. Ma questo schema che abbiamo iniziato a costruire l’hanno determinato gli studenti. Ormai non ci sono facoltà, aree di studio, perché gli studenti sanno che queste aree o facoltà sono percorsi per connetterti al sistema. Non si apprende nella università della terra ad essere schiavi, ma a fare la propria vita. C’è un insegnamento personalizzato, ci può esser la possibilità che arrivino dei giovani all’Unitierra che vogliono imparare qualcosa nello specifico:per esempio nel ramo della comunicazione popolare,e vogliono imparare a fare radio. Quindi la cosa bella è vedere come avviene questo processo di apprendimento, dove per esempio può succedere che un ragazzo di una comunità indigena che non è andato a scuola arriva e si affianca a qualcuno che ha esperienza. Da otto anni non manca gente che viene a fare un postgraduate dall’Italia e apprende altre cose. A parte l’apprendimento personalizzato c’è l’apprendimento di gruppo, qualunque persona può dire a me interessa studiare le questioni di genere, la crisi attuale o cosa succedeva nella spagna del XVII secolo, qualsiasi persona può dire si questo mi interessa e lo si studia insieme, però applichiamo chiaramente un lemma di Illich: “studiare deve essere un attività piacevole, di godimento di uomini e donne liberi”, non è per un diploma ma per il piacere di studiare qualcosa, non c’è nessun tipo di grado qui. Il tipo di apprendimento che ci piace di più è l’apprendimento in comunità, andiamo in comunità che ci invitano, e qui diciamo qualcosa di ovvio, cioè non ci possiamo aspettare che il governo, il partito, lo Stato, le istituzioni risolvano veramente i nostri problemi e discutiamo con loro quali sono i temi più urgenti da risolvere nella loro comunità. Il problema più grave è sempre la violenza, la mancanza di opportunità per i giovani, la rottura del tessuto sociale. Ma normalmente si inizia risolvendo le urgenze che possono risolvere poi i problemi più gravi, impariamo come risolvere i problemi di acqua, spazzatura, pensando alla autonomia della comunità e attraverso questo cammino si reintesse il tessuto sociale e si previene la violenza. Un altro livello di apprendimento della Unitierra è l’apprendimento collettivo, al livello dell’intero stato di Oaxaca, di tutto il paese, o a livello internazionale. Siamo completamente immersi nei movimenti sociali, e con i movimenti sociali partecipiamo in questo sforzo per apprendere, per parlare di alcuni temi che sono cruciali e importanti. Questo esige di fare uno sforzo sempre più forte nella partecipazione nei mezzi di comunicazione indipendenti.

Possiamo anche utilizzare qualche spazio nei mezzi di comunicazione commerciali come una colonna di un giornale, ma il nostro sforzo principale è concentrato nel costruire i nostri mezzi di comunicazione, come una radio Unitierra in internet o un sistema televisivo in internet.

Tutto quello che facciamo può essere sintetizzato nell’espressione “riflessione nell’azione” e il principio è riflessione e azione, studio e azione, non sono due cose separate, è un processo in se stesso unico, e a partire da questa convinzione la cosa più importante nel mondo è la creazione di centri autonomi di produzione di conoscenza/sapere, dobbiamo sfidare la produzione istituzionale di verità. La verità non è ciò che è vero o falso, ma quegli enunciati con i quali governiamo noi stessi e gli altri, ci sono certi enunciati che teniamo nella testa, che governano noi stessi e che governano gli altri, per esempio che la democrazia è andare a votare, che il popolo non può governare se stesso e che quindi c’è qualcun altro che li deve governare, e che quindi dobbiamo avere dei buoni rappresentanti che governino la gente, o enunciati come “ho bisogno di una buona preparazione universitaria per aver un buon lavoro”. Questi sono enunciati che dobbiamo problematizzare sempre, e la crisi più grave che stiamo vivendo è quella dell’immaginazione,pensiamo all’interno di questa cassa della verità, della realtà dominante e invece bisogna saltarne fuori.

In piccoli spazi come una libreria occupata,si inizia a pensare da soli in libertà, e questo è quello che stiamo facendo all’Unitierra a Oaxaca, ma sappiamo anche che è quello che sta facendo un sacco di gente in molti posti e questo è quello che ci da speranza.

Sono tre giorni che ho molto freddo in Italia, e nonostante il freddo, in ogni posto dove sono stato, a Venezia, a Torino, in Val di Susa, in ogni luogo, ho potuto toccare, sentire, odorare che qui c’è qualcosa in ebollizione, che ha iniziato a crepare questa mentalità dominante, e che soprattutto ci sono giovani che dicono che questi occhiali che ci hanno dato non servono per vederci la realtà attraverso, ma soltanto per vedere gli occhiali stessi, quindi non vediamo e quindi iniziano a toglierci gli occhiali e cerchiamo di usare i nostri propri occhi inventando nuove parole ed è così che speriamo potranno fare quello che dicono gli zapatisti: cambiare il mondo è molto difficile, quasi impossibile, quello che è interamente fattibile è creare un nuovo mondo e questo sembra iniziare anche qui.

Ciò che stiamo già vivendo è che la gente rifiuta qualsiasi discorso, molta gente è stufa, non dimostra più desiderio per niente, però possiamo provare a pensare l’ipotesi che forse non succede perché non vedono delle opzioni, ciò che possiamo vedere è che molta gente è ottusa in quello che vedono, ma forse vedendo cose nuove iniziano a incuriosirsi e lo vogliono anche loro: non si tratta di convincere o di portare coscienza ma di mettersi a farlo e che la gente lo veda, non facendolo in una stanza chiusa, ma nella realtà, e la speranza è che la gente per contagio lo inizi a fare.

L’amicizia è la vera risposta, l’amicizia è la vera forma di ricostituzione della comunità. Dobbiamo cercare quali sono i veri amici , per fare qualcosa insieme a loro: ognuno può avere mille amici, ma quelli veri sono due,tre, otto al massimo.

Con due, tre, quattro amici si può tentare di fare qualsiasi cosa e un vantaggio di fare questo in una città come Milano è quello di avere più comunità nello stesso posto. Intrecciare queste comunità costruendo altre comunità nell’azione: questa non è una mia invenzione, e qui di nuovo Illich: “in questo mondo tecnologico c’è ancora qualche spazio per il politico e molto di questo sta nell’amicizia, in una vera amicizia che coltivata in modo disciplinato è già in se stessa un atto produttivo. Questo è ancora più importante della relazione amorosa, perché nell’amore c’è esigenza di reciprocità: io ti amo perché tu mi ami, invece nella relazione di amicizia non c’è necessariamente questa reciprocità perché io posso fare qualcosa per un amico anche senza avere necessariamente la stessa cosa in cambio, gli amici si possono aiutare continuamente anche senza la possibilità di ricambiare. Questo elemento di gratuità è ciò che ci permette di creare la comunità.

 

* L’incontro si è svolto alla Libreria Autogestita Ex-Cuem di Milano l’8 aprile 2013.

tratto da : http://www.commonware.org/index.php/laboratori/33-descolarizzare-il-mondo

Il perché di una scuola rurale

Ricordate quando ci dicevano che i detersivi chimici erano migliori del sapone di Marsiglia, e adesso le stesse aziende di saponi chimici si vantano delle loro scaglie marsigliesi? La stessa cosa sta avvenendo nel campo educativo 0-3 anni. Un tempo gli ‘esperti’ diffidavano dell’educazione rurale, quella da campagnoli fangosi coi calli alle mani, roba che -dicevano- non è degna dell’uomo moderno e tecnologico. Oggi, invece, gli stessi ‘esperti’ e persino l’UE promuovono la pedagogia rurale e ne scoprono tutti i vantaggi. Sono in espansione i cosiddetti agrinido, dove i bimbi imparano divertendosi con animali e piante, mangiano roba genuina e vivono serenamente le loro relazioni.

Da ‘La Stampa’ (10 settembre 2013)
«Gli agrinido sono asili nido a tutti gli effetti che accolgono bambini da 1 a 3 anni all’interno di un’azienda agricola che viene cogestita da imprenditori agricoli ed educatori – spiega Franco Ferroni, responsabile Agricoltura del Wwf – qui, il vitto è legato alle produzioni dell’azienda agricola e l’approccio pedagogico prevede orto, animali domestici, ambienti naturali, il contesto tipico di una fattoria. Un ambiente ricco di stimoli che dà risultati sorprendenti: i bambini che fanno questa esperienza sviluppano capacità di relazione e comprensione particolari».

(i nostri avi lo sapevano già, per non parlare di Tolstoj)

tratto dal profilo facebook “Scuola Libertaria”

Come una lumaca

Come una lumaca…Il grande “pensatore” Ivan Illich, negli anni ’70, sosteneva che il sistema industriale e la crescita indiscriminata dei prodotti stavano rendendo l’uomo vittima di una serie di falsi bisogni.Illich si era spinto ad augurarsi la “descolarizzazione”; la scuola infatti, autoritaria e burocratica, tenderebbe ad imporre un modello educativo che aderisce di fatto alla riproduzione dei valori delle istituzioni sostenendo modelli di vita consumistici, inducendo dunque falsi bisogni e conseguentemente frustrazioni. Secondo Illich, come sostengono molti altri educatori, il vero apprendimento dovrebbe avvenire attraverso l’esperienza condivisa, partecipata, il dialogo, la discussione, il gioco, l’arte e la poesia.Interessante il riferimento di Illich alla lumaca.

La lumaca ha due caratteristiche che l’uomo dovrebbe rivalutare: vive con lentezza e conosce il senso della crescita nella misura. Nella progressione geometrica della sua crescita, infatti, arrivata ad un certo punto, smette di creare nuove volute e rafforza invece la struttura che fino a quel punto ha creato.

 

 

Riflessioni di un adulto

Oggi ho avuto la fortuna di essere l’unico adulto nel gruppo di bambini che frequenta la scuola autogestita Liber’Aria.

E’ stato molto educativo per me l’osservazione delle dinamiche che intercorrono tra i bambini.

Dal caos iniziale emerge sempre progressivamente una forma ordinata di interdipendenza. in genere le situazioni nascono con il caos: grida, corse, strilli. Ai bambini piace fare casino, e in genere è con il casino che iniziano a interagire. Ad esempio, oggi Luca era particolarmente esuberante, e la sua fisicità infastidiva non poco Francesca e Lara. Ma ecco che autonomamente Francesca si attiva per coinvolgere Luca in un gioco che a quanto pare a lui piace molto, le stelle filanti. E così i rimasugli di una festa di compleanno diventano un’attrazione utile a far divertire tutti quanti, facendo scomparire come neve al sole i conflitti di qualche minuto prima. I bambini hanno spesso la capacità di trovare da soli le soluzioni alle loro problematiche. Spesso “l’interventismo adulto” è controproducente, o per lo meno attribuisce dei significati eccessivi ai conflitti  tra bambini. I bambini invece, dal canto loro, non danno molta importanza ai conflitti e superano senza problemi questi momenti.

Svanita la tensione iniziale, ridefinita la situazione, in tutta calma i 3 si sparpagliano per lo spazio a disposizione. Lara si mette a pulire le stelle filanti cadute a terra con scopa e paletta, Francesca disegna e ritaglia dei fogli, mentre Luca trascina per tutta la stanza un cammion giocattolo. Ogni tanto si ricrea tensione, per qualche gioco conteso, o per qualche incomprensione, ma sempre tutto ritorna in quiete. Un po’ come quando getti un sasso in uno stagno.

Sempre spontaneamente qualcuno si è messo a pulire il tavolo, è l’ora della frutta. Allora sbuccio frutta per tutti e mangiamo frutta e mandorle sgusciate. Il tempo scorre liquido, senza scansioni né ritmi imposti.

Ma l’aspetto che più mi ha colpito oggi è stata l’invasione di due miei amici. Si tratta di una coppia, passata di lì per caso,  che sono venuti a curiosare nella nostra scuola. La cosa non era programmata, e normalmente non succede, ma oggi ho avuto la fortuna di sperimentare l’invasione di due adulti estranei in un gruppo di bambini.

C’è una cosa che l’adulto fa, senza rendersene conto.

Quando incontra un altro adulto in mezzo a dei bambini, esige la sua attenzione e cancella, elimina la presenza dei bambini.

Quando questi due amici si sono intrufolati nella scuola, io stavo disegnando con tutti e tre i bambini attorno a me. Uno stava seduto sulle mie gambe, e le due bimbe al lato. Era un momento di calma, e tutti eravamo molto concentrati in quello che stavamo facendo.

L’amico adulto invece dava per scontato che la cosa che io stavo facendo con le bimbe non fosse importante. Lui aveva un sacco di domande da pormi, domande serie, cose “da grandi”, ed esigeva la mia attenzione. Puntualmente il mio distrarmi dai bambini scatenava reazioni tutt’altro che positive. La calma e la serenità venivano prontamente annullate e scattavano, nei bambini,  meccanismi di richiamo dall’attenzione, che normalmente, tra due adulti che parlano di cose “da grandi” vengono zittite come inutili interferenze.

In altri contesti sociali, in altre situazioni accadono situazioni analoghe. In certe culture ad esempio sono le donne ad essere ignorate. In queste culture, nelle situazioni pubbliche solo gli uomini parlano tra loro ed è scontato che le donne stiano zitte. A volte invece sono le classi sociali a far scomparire esseri umani. La servitù, nelle ricche case coloniali, assisteva muta alle conversazioni dei signori, senza aver diritto di parola ma soprattutto come se non fosse presente in quanto essere umano pensante, ma solo in quanto servitù.

Questa modalità di non considerazione è molto umiliante per chi la vive, ed abituare dei bambini ad essere delle “nullità” non è proprio una cosa di cui andar fieri.